martedì 1 giugno 2010

Un episodio poco noto della vita di Voltaire

Il motto di Voltaire “Detesto ciò che scrivi, ma darei la vita perché tu possa continuare a scrivere” suona iperbolico a noi lettori moderni, abituati a difendere la libertà di parola firmando petizioni. A metà del Settecento, quando Voltaire concepì questa frase, il rischio di morire per avere aiutato un autore in disgrazia era reale. I principi e i vescovi temevano la carta stampata, in cui scorgevano un veicolo delle rivoluzioni, e vigilavano su ogni nuova uscita. Se un libro puzzava di sovversione, ordinavano agli stampatori di consegnare le copie e le bruciavano nelle piazze. Al rogo seguivano la cattura, la prigionia e a volte l’esecuzione dell’autore, se non era svelto a rifugiarsi all’estero. Lo stesso Voltaire spese un anno in carcere nel 1717 per una satira sul Reggente di Francia, e visse poi tre anni in esilio in Inghilterra. Proteggere uno scrittore, schierandosi al suo fianco, equivaleva a farsene complice e ad essergli compagno nelle punizioni.

Neanche il verbo “detestare” era iperbolico. Autore di centinaia di pamphlet, Voltaire fu un bombardiere inesorabile dei suoi avversari filosofici e politici. Se leggete le sue opere, balza agli occhi quanto detestasse alcuni di loro, che combatteva non solo a colpi di dialettica, ma anche con gli insulti e le malignità personali. Jean-Jacques Rousseau fu forse il suo bersaglio preferito.

All’inizio della carriera, quando collaborava alla grande Enciclopedia di Diderot e D’Alembert, Rousseau aveva mostrato il dovuto rispetto a Voltaire, più anziano e più famoso di lui. Invecchiando, Rousseau si allontanò dagli enciclopedisti e prese posizioni filosofiche da cane sciolto, finché, nel 1756, attaccò le tesi di Voltaire sulla provvidenza divina. Secondo Voltaire, Dio non interveniva negli affari umani, secondo Rousseau sì. Ne era sorta una rissa intellettuale, con scambi di pamphlet e contro-pamphlet, dopo la quale i due filosofi non persero più occasione di bastonarsi a vicenda.

Nei primi mesi del 1762 Rousseau pubblicò due dei suoi libri più importanti: Emilio, dove diceva che nasciamo buoni e poi la società ci corrompe, e Il contratto sociale, dove diceva che nasciamo liberi e poi il potere ci incatena. Entrambe le opere dispiacquero alle autorità: i vescovi amavano l’idea che nasciamo corrotti, e poi sono loro a farci buoni; i principi giudicavano le catene indispensabili per governare.

A giugno, il Parlamento di Parigi mandò al rogo Emilio. Dopo pochi giorni il Piccolo Consiglio di Ginevra, la città dove Rousseau era nato e abitava, mandò al rogo Emilio e Il contratto sociale perché “temerarie, scandalose ed empie, e tese a distruggere la religione cristiana e ogni governo”. Rousseau si rifugiò a Motiers, nel principato svizzero di Neuchâtel.

In quegli anni Voltaire viveva nel suo castello di Ferney (oggi Ferney-Voltaire), una cittadina nello Jura francese a pochi chilometri da Ginevra. Ormai settantenne, Voltaire sfoggiava ancora la prosa mordace della giovinezza ma i suoi rapporti con i potenti erano migliorati. Aveva amici a corte, era un protetto della Pompadour, l’Académie Française l’aveva accolto fra i suoi membri. A Ginevra, Voltaire era in contatto cordiale con i notabili che governavano la città attraverso il Grande e il Piccolo Consiglio.

Voltaire detestava Rousseau e le sue idee. Quanto ad aiutarlo perché continuasse a scriverle, ne aveva i mezzi. Dopo l’uscita di Emilio e Il contratto sociale, quando le autorità dibattevano il da farsi, Voltaire avrebbe potuto premere sui sodali parigini e ginevrini perché risparmiassero i libri o almeno la persona di Rousseau.

Che fece Voltaire? La vicenda è intricata e mi limito ai fatti principali.
  1. Non risulta una lettera, un abboccamento, una dichiarazione dove Voltaire abbia difeso Rousseau durante le polemiche intorno a Emilio e Il contratto sociale, né si ricordano sue parole di rammarico dopo il rogo dei due libri.
  2. Rousseau notò il silenzio del rivale. Nel 1764 pubblicò un opuscolo, le Lettere scritte dalla montagna (cioè da Motiers, il suo rifugio), dove attaccava il governo di Ginevra. Nella quinta lettera, Rousseau si chiedeva perché Voltaire, un fautore così ardente della tolleranza, non fosse intervenuto a suo favore: “Questi signori del Gran Consiglio vedono così spesso il signor Voltaire; come può non avere ispirato in loro quello spirito di tolleranza che predica senza pausa, e di cui ogni tanto ha lui stesso bisogno?”.
  3. Nella stessa lettera Rousseau svelava che Voltaire era l’autore del Sermone dei cinquanta, una scandalosa opera anonima che denunciava la falsità storica del Vangelo. Lo scopo di Rousseau era vendicarsi e mostrare ai notabili di Ginevra che, se volevano castigare gli empi, avrebbero dovuto occuparsi innanzi tutto del loro amico di Ferney.
  4. Le accuse di Rousseau fecero rumore a Ginevra. Voltaire contrattaccò. Abbiamo una sua lettera a François Tronchin, un membro influente del Piccolo Consiglio, dove definiva Rousseau un “blasfemo sedizioso” e invitava il governo non solo a bruciarne le opere, ma ad agire contro il temerario con “tutta la severità della legge”. Allora la massima severità della legge era la pena di morte.
  5. Nel frattempo Voltaire scrisse I sentimenti dei cittadini, che fece uscire anonimo a Ginevra. In questo pamphlet Voltaire si fingeva un pastore protestante indignato dalle Lettere e chiedeva ai ginevrini di punire Rousseau. Secondo il pastore la tolleranza aveva un limite: “Si ha pietà di un folle; ma quando la demenza diventa furore, lo si lega. La tolleranza, che è una virtù, sarebbe in quel caso un vizio”. Il resto dell’opuscolo mirava a provare che Rousseau era per l’appunto un “demente”, un “traditore” e un “calunniatore”, desideroso di dividere la repubblica. Nel finale il pastore ribadiva il concetto della massima severità: “Occorre insegnargli che se si punisce leggermente un romanziere empio, si punisce con la morte un vile sedizioso”.
I sentimenti dei cittadini circolò molto, non solo a Ginevra. Le Lettere furono bruciate in tutta Europa. Rousseau, condannato anche nel Principato di Neuchâtel, che fino ad allora lo aveva protetto, dovette fuggire da Motiers. Il popolo murò la porta della sua casa in segno di disprezzo, così che non potesse più tornarci.

Ai giorni nostri la casa, riaperta, è diventata un “Musée Rousseau” e procura introiti generosi alla località svizzera.

Dopo varie tappe in Europa, Rousseau trovò ospitalità presso il collega David Hume, in Inghilterra. I due litigarono presto.

Il pastore di I sentimenti dei cittadini restò segreto.

In seguito Voltaire negò i fatti. In una lettera del 1766 al segretario di Stato di Ginevra, Voltaire scrisse: “Non sono per nulla amico del signor Rousseau, dico ad alta voce ciò che penso di buono e di cattivo delle sue opere; ma, avessi fatto il torto più piccolo alla sua persona, fossi servito a opprimere un uomo di lettere, me ne sentirei troppo colpevole”.

(Continua)

4 commenti:

  1. Rousseau ha litigava con tutti, era uno zoticone e si lavava poco. E data l'età, V. potrebbe aver avuto problemi di memoria, magari quando ha scritto il trattato sulla tolleranza s'era scordato l'episodio... Detto questo, con i rivali era perfido

    RispondiElimina
  2. Va bene, ma le trame contro Rousseau a Ginevra? L'invito a usare contro di lui tutta la severità della legge? Sia chiaro, al posto di V. avrei tentato di strozzare Rousseau con le mie mani, ma senza tutte quelle prediche.

    RispondiElimina
  3. Hai capito, il Voltaire!...
    C'è poco da fare, da un certo punto in poi le favole sono favole. Non ti puoi più fidare ciecamente al racconto che l'altro, chiunque sia, ti fa. Certo, c'è racconto e racconto, ma come atteggiamento cognitivo utile vale quello per cui del racconto non ci si fida più, o ci si fida molto meno di quello che si vede, si sente, lì presente davanti a te. La signora Episteme nebbiosamente fumosamente tremolantemente appare solo in ciò che si vede, si ode, si tocca, si odora, si gusta. Da un certo punto in poi bisogna voltaire pagina.
    Tu dirai: ma anche il mio è racconto.
    Vero.
    Ma è un racconto antiracconto. Lo svelamento della bufala può essere una bufala, ma ormai è fatta: è stato utile, anzi necessario, come la morte di sansone, affinché il tempio del bufalismo crollasse.
    Grazie.
    Aspetto il seguito.

    RispondiElimina
  4. Rom, mi passi come un razzo dall'illuminismo al relativismo, senza i due secoli di storia in genere necessari.

    RispondiElimina